I padroni della strada

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Nella mia regione, lungo alcune strade, ci sono cartelli che invitano a rispettare le biciclette. Perché c’è bisogno di un’indicazione per un argomento di per sé scontato?

Ormai ho un’età e un certa esperienza sui pedali. Pedalo in tutto il mondo da più di vent’anni. E affermo che l’Italia rimane un Paese retrogrado in termini di convivenza tra veicoli. Soprattutto verso i più deboli: quelli che camminano e quelli che pedalano. Non voglio citare ancora quelle isole felici chiamate Paesi Bassi e Danimarca, ma parlo di stati con sembianze territoriali uguali se non più complicate del Belpaese. Il Giappone e la Corea del Sud hanno confini contenuti, sono densamente popolati, producono e usano motori al massimo. Eppure non si sognerebbero mai, gli automobilisti dico, di invadere la corsia di marcia di un ciclista. Negli Stati Uniti (abbiamo copiato tanto, purtroppo non questo…), si invitano i ciclisti a procedere al centro della corsia per ridurre il rischio di uscire di strada, mentre si impongono ferrei limiti di velocità agli automobilisti e il mantenimento di una congrua distanza in fase di sorpasso di un ciclista. La Germania e l’Austria hanno una rete pazzesca di piste ciclabili. Invece, la Francia ne ha pochissime perché i francesi, pur con la puzza sotto il naso, condividono civilmente la strada come nessun altro in Europa: reputano il ciclismo un valore collettivo aggiunto.

E noi? La morte di Michele Scarponi… Colpisce sempre un incidente sulla strada perché quasi sempre scaturisce dalla distrazione e dalla velocità degli automobilisti, ma il prezzo da pagare è mal distribuito. A volte mi sembra che non importi molto la vita degli altri. Sulla strada siamo come allo stadio. Gli uni contro gli altri. I ciclisti che tremano rancorosi contro il veicolo più grande. Gli automobilisti che si innervosiscono e pensano: ma perché non ti togli dai c.

La strada è lo specchio di come ci siamo divisi per gruppi di appartenenza: il laziali, i romanisti, i vegani, quelli che hanno figli e quelli che hanno i gatti, quelli che lavorano nel pubblico… con un’asticella del livello di intolleranza gli uni contro gli altri così in alto che ormai trasfigura la nostra umanità. Si oscilla dalla mistificazione al disprezzo più totale. E’ sempre, sempre, sempre colpa dell’altro. Soprattutto sulla strada. Perché è così difficile condividerla? Perché è così difficile rallentare? Un ciclista non ha protezione, è nudo, senza metallo pesante, senza airbag. Se travolto ci sono molte probabilità che muoia. Il peggio che può causare a un automobilista è costringerlo a rallentare. Per quanto? Un minuto? Sessanta secondi dietro un ciclista è percepito come un tempo siderale. Dal volante, quel coso, sembra che occupi troppa strada: e perché non se ne sta più a destra, e guarda come oscilla, e adesso cosa fa, si sposta!, e quei due che parlano, e quel gruppo che occupa una corsia! Maledetti! E tutta questa rabbia nasce dal fatto di dover rallentare per qualche istante. Non ne siamo capaci, evidentemente. Non siamo in grado di apprezzare il beneficio di una pausa, di attendere per poter superare in sicurezza un essere umano in quel frangente più vulnerabile di noi, di ottimizzare quei pochi minuti in un’occasione di benevolenza, di tolleranza verso i nostri simili. Quei pochi istanti di attesa non ci cambiano la vita. Al contrario, possono spezzarne tante altre.

 

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2 Comments Add yours

  1. Paride scrive:

    Complimenti. Tema centrato e ben scritto!

    1. Milka Gozzer scrive:

      Si spera che serva. Grazie!

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