A come Armenia

fullsizeoutput_97

L’Armenia comincia l’alfabeto dei paesi attraversati in bicicletta. Andai in Armenia nell’autunno del 2004. Fu una seconda scelta, la meta iniziale doveva essere un viaggio in Iran. Poi a settembre il consolato iraniano mi rifiutò il visto ciclistico/turistico, ma questa è una storia che racconterò alla lettera I…

Spesso le decisioni improvvise rivelano piacevoli sorprese. Alla vigilia della partenza non immaginavo fino a che punto mi sarei innamorata di questo piccolo paese dell’est e della sua gente disponibile, ospitale, speciale. Tutti le genti del mondo sono ospitali per i turisti, ma agli armeni mi sento di dare una menzione particolare. Le manifestazioni di generosità, di accoglienza, di bontà gratuita di cui sono stata testimone mi hanno toccata e spesso commossa. Fin dall’inizio del viaggio, sulla strada per Ashtarak, ricordo il gesto di quella donna che con garbo mi ha allungato una sedia per accomodarmi, poi, con discrezione, un lavello per lavarmi le mani, poi un piatto di pesche buonissime, quelle pesche gialle di campo che maturano a fine estate, e infine un caldo caffè! In una cittadina chiamata Talin ricordo la generosità della signora Reena, postina al servizio telegrammi, che mi ha ospitato nel suo modesto appartamento in un casermone breznieviano dove la sera toglievano acqua e corrente. “Che ci fate a Talin?”, chiese stupefatto il garzone dell’unico negozio di alimentari. Eh, forse viaggiare è anche questo, il piacere di passare da un luogo ignoto a un altro, senza preoccuparsi di dover vedere “assolutamente” qualcosa. Ricordo l’amministratore di un ospedale della croce rossa tedesca che mi ha fatto dormire in una stanza dell’ospedale su un letto di acciaio con le ruote. A Maralik, una cittadina sconosciuta proprio come Talin, ricordo una famiglia di una generosità imbarazzante: tè, caffè, formaggio, verdura, pane cotto nel forno  scavato sotto il pavimento, offerti rifiutando fermamente un compenso. L’Armenia è come un piatto di sapori: prezzemolo, basilico, castagne, cipolle, patate, pane, pasta, formaggio, burro, yogurt, zenzero, caffè, zafferano, dragoncello, coriandolo, pepe, cetrioli e cardamomo. Mediterraneo, oriente e occidente mescolano gli ingredienti in questa terra  in bilico tra culture antagoniste e oggi in attesa di riscatto da un’economia di sussistenza. Una mattina del primo di ottobre sulla strada per Vaadzor ricordo lunghe file di uomini e donne e bambini camminare verso i campi trascinando carrettini di legno con pochi attrezzi, l’aria frizzantissima dell’alba e l’orizzonte avvolto di pulviscoli di foschia. Su un lato della nuova strada, un uomo sta tracciando il guardavia con il rullo che uso per dipingere le pareti di casa: due strisce di colori diversi e chilometri e chilometri da coprire. In ginocchio.

Il gioco nazionale si chiama trick track, a volte si scorgono uomini seduti sul marciapiedi o all’ombra di  un albero. Funziona con pedine simili alla dama.

Ho pedalato in villaggi attorniati di bestiame, di boschi e prati da pascolo, casupole con il tetto spiovente, la latrina, il campo di cavoli e i covoni di fieno per le bestie. Qui ho passato un bel pomeriggio ospite della famiglia di Gayan, 25 anni. Lei lavora in una panetteria della capitale, dalle otto del mattino alle otto di sera. La madre ha preparato riso, ravioli, formaggio, verdure, tè e caffè in abbondanza, sono arrivate anche le cugine, passiamo il pomeriggio a sorriderci e a comunicare a spizzichi. “Come si dice mela in armeno?”, “E in italiano?”. Giochiamo a carte mentre fuori passa un breve piovasco. Mangiamo pere e mele raccolte dall’albero dell’orto. Sono brutte, piccole e piene di tacche, ma si sciolgono in bocca con dolcezza. Il letto per dormire mi ricorda quello di mia nonna, le porte sono aperte, ma qui mi sento tranquilla.

Ho pedalato su cime oltre i 2400 metri per arrivare in una terra brulla, ondulata, battuta da un vento violento, quassù c’è chi vive in baracche di sassi con il tetto di sterco. La merda è un prodotto essenziale. Montagne di letame sbucano qua e là. Una donna ricurva in mezzo a questa terra schiaffeggiata dal vento confeziona pagnotte di sterco nello stesso modo in cui prepariamo la pasta della pizza, poi le ordina fino a comporre alti covoni di pizze di cacca che a vederli da lontano sembrano piramidi di sassi scuri. Servono per riscaldare le abitazioni perché quassù non crescono alberi. In vetta mi sento un eroe. Incrocio pastori che sorridono e mi regalano parole di incoraggiamento. Il vento è così forte che devi pedalare anche in discesa.

Tagliare una fetta di mela e porgerla allo straniero è un gesto comune in Armenia. Sbuccia una mela e offrila per dire buongiorno, benvenuto! Lungo le strade armene è capitato ogni giorno, più volte, da chi meno te lo aspetti. Ricordo una mattina all’alba in partenza da Vaik, un gruppo di operai al lavoro. Quando sono passata accanto a loro, uno ha allungato due caramelle, e subito un altro ha sorriso porgendomi quella fetta di mela che mi ha lasciato in bocca un sapore asprigno e un nodo in gola. La gentilezza mi commuove sempre.

Una notte ho pernottato dentro lo stadio. L’ospitalità armena ha molta fantasia!

A Yerevan, i marciapiedi sono punteggiati di gusci di girasole. È usanza masticare i semi, poi ogni mattina si sente il fruscio ripetuto della scopa sulle lastre di pietra. Nella piazza centrale, zampillano duemila e quattrocento fontane. Il parco è pieno di fiori, di rose soprattutto. Le coppie appena sposate compiono sei volte il giro della piazza centrale. Porta bene. Nessuno rinuncia alla tradizione. Di sabato c’è la coda di auto nuziali in attesa del turno per il giro propiziatorio.

Faccio fatica ad accettare il velo di silenzio, il negazionismo assurdo che copre un fatto storico qual è stato il genocidio degli armeni. Il primo scellerato disastro umanitario del Novecento perpetrato dalla Turchia: due milioni di uomini, donne, bambini trucidati, migliaia di profughi in fuga, uno stato ridotto geograficamente a un francobollo. Consiglio di leggere o rileggere il bellissimo romanzo di Antonia Arslan, “La masseria delle allodole” per avere un’idea umana di quanto è accaduto al popolo armeno, lo consiglio contro certi assurdi negazionismi.

A come Armenia. Non c’è luogo più adatto per partire con il mio alfabeto dei viaggi in bicicletta. L’alfabeto è una questione molto seria per il popolo armeno. È difeso, rispettato, tutelato, fin dalle sue origini. L’alfabeto armeno compie poco più di mille seicento anni. L’inventore è il linguista missionario Mesrop Mashtots. Nella sua statuaria veste di pietra accoglie i visitatori all’entrata del palazzo del Matenadaran.  Si tratta di una delle più incredibili biblioteche del mondo. Conserva un tesoro di 17 mila manoscritti antichi.

Al lavoro, all'alba.
Al lavoro, all’alba.
La statua di Mesrop Mashtots, l'inventore dell'alfabeto armeno.
La statua di Mesrop Mashtots, l’inventore dell’alfabeto armeno.
Il monte Ararat
Il monte Ararat

fullsizeoutput_8e

Nei campi
Nei campi
Nella nebbia
Nella nebbia
La "legnaia"...
La “legnaia”…
Gentilezza on the road
Gentilezza on the road
La signora Reena.
La signora Reena.

fullsizeoutput_7e

Giochi d'acqua
Giochi d’acqua
Verdure
Verdure
Pesce
Pesce
Gente simpatica
Gente simpatica
Pane
Pane
La regione dell'Ararat, il monte sacro degli armeni.
La regione dell’Ararat, il monte sacro degli armeni.
Il gioco del trick track
Il gioco del trick track
Panorama
Panorama
Gayan (con la maglietta chiara) e le altre
Gayan (con la maglietta chiara) e le altre

 

Share on FacebookShare on Google+Tweet about this on TwitterShare on LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *