Semplice

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Questo mio racconto pubblicato nell’Antologia dei racconti del Trentino Alto Adige 2019 si intitola “Semplice”.  Lo dedico a tutti coloro i quali, ogni istante, cadono vittime di un pregiudizio.

 Semplice

di Milka Gozzer

Ancora pochi passi e sarei arrivato alla sponda del torrente Larganza. In quel tratto forma una conca di acqua fresca che arriva fino ai polpacci, ci portavo la mucca a bere mentre con i piedi a bagno stavo bellamente sdraiato sull’erba, alta come cresce in piena estate, ero quasi arrivato quando esplose la bomba e tutto cambiò. Sono diventato sordo e semplice. Al mio paese, definire qualcuno ‘semplice’ è la maniera per dire che non è proprio un fulmine nei ragionamenti. Adesso che mi trovo qui lo comprendo meglio. Adesso comprendo meglio tante cose.

Dopo l’esplosione causata da un reperto bellico grande quanto una bombola del gas, la mucca è fuggita. L’hanno cercata per giorni attorno a tutti i masi, sopra e sotto il paese, nei boschi, addirittura fin su alla malga disabitata, hanno perlustrato i dirupi dove scorrazzano caprioli e daini, l’hanno chiamata a grida nei boschi e nelle distese a prato, inutilmente. La mucca era svanita. E questa fu l’altra terribile disgrazia che capitò a mia nonna, che tirava avanti con una pensione povera, cinque galline e quella mucca per sfamare sé e il sottoscritto, il quale dall’oggi al domani diventò sordo come una campana.

La nonna spalancava la bocca sdentata buttando fuori tutto il fiato che aveva nei polmoni, sapeva un po’ di selvatico a dire il vero, e con forza scuoteva le mie spalle magre come si scuote un tappeto, ma non sentivo più alcun suono, con l’imbuto colava dentro le mie orecchie intrugli tiepidi e oleosi, mi spingeva a bere litri di infusi puzzolenti, di camomilla, di malva, di ogni possibile erba medica. Invano, con i miei occhi azzurri, lucidi e spalancati di spavento, percepivo la mente imprigionata in una bolla stagna. Sensazione che è diventata la compagna di tutta la mia vita.

La bomba provocò un buco di tre metri e mi spedì di volata dentro l’ansa della Larganza come un soldato a capofitto in una trincea, tutti pensarono che era un miracolo che non avessi avuto conseguenze peggiori: gli arti erano attaccati, la testa sul collo, gli occhi vedevano, i denti c’erano ancora come le dieci dita dei piedi e delle mani. Ma ero diventato sordo.

La nonna se ne andò pochi anni dopo.

Don Italo si occupava di me perché non avevo più nessuno. Anche se ero sordo, continuavo a svolgere con coscienza i lavori in parrocchia: lo aiutavo a indossare la veste prima della messa, accendevo e spegnevo i lumi, raccoglievo l’elemosina, cambiavo l’acqua ai fiori e spolveravo l’altare. A vent’anni ero il più anziano chierichetto della vallata. In paese ormai ero diventato Semplice, anche perché quando sono diventato sordo ho smesso di parlare. Non sono mai stato un chiacchierone neanche quando ci sentivo a dire il vero, ma dopo quel giorno di estate di tanti anni fa in cui esplose la bomba, non ho più sentito la mia voce e quindi ho smesso quasi del tutto di aprire la bocca e sono diventato muto.

Don Italo mi guardava e scrollava il capo e poi rivolgeva lo sguardo a Gesù in croce ai piedi dell’altare. Siccome non ero in grado di badare a me stesso – percepivo una modesta pensione di invalidità e non possedevo beni immobili – don Italo scrisse una lettera alla direzione dell’ospedale psichiatrico di Pergine affinché mi prendessero sotto tutela, cioè in soldoni un pasto caldo e un letto per dormire. Non che fossi matto, eh, ero semplice, sordo completo e muto come un pesce, per il resto assolutamente innocuo e con poche pretese. Ma proprio in quelle settimane una nuova legge dello Stato ordinò l’apertura del grande manicomio asburgico, e quasi tutti i ricoverati, pazzi o semplici che fossero, furono invitati a tornarsene in valle.

Don Italo era parroco del paese, ma era nativo di un’altra valle del Trentino, più vicina al confine con il Veneto. Un giorno salimmo sulla sua macchina, una Cinquecento scassata color bianco sporco e con i tappetini bucati e pieni di fieno, e ci mettemmo in viaggio diretti nella sua terra d’origine nella valle del Tesino. Il ricovero per anziani non era un luogo adatto per parcheggiare un giovanotto come me, ma non c’erano alternative, e quindi entrai in quella che sarebbe diventata la mia dimora per i prossimi trentacinque anni, dodici giorni e sei ore.

Don Italo mi aveva istruito con i gesti. La commedia l’avevo già imparata per quando si dovette chiedere al manicomio di Pergine. Dentro la sagrestia, il parroco, che aveva una corporatura piuttosto alta, allargava le gambe e incassava le spalle, la veste nera si apriva a ombrello tendendo al massimo la lunga fila di bottoni. Dovevo fare un po’ di scena per convincerli che ero proprio semplice, dovevo sembrare quasi scemo insomma. Ma non ci fu bisogno di mettere in piedi sceneggiate. La direttrice del ricovero era una prima cugina di don Italo. C’era già una stanza preparata con un letto, un armadio e un bagno che non mi sembrava affatto male in confronto alla catapecchia della nonna.

Don Italo aveva riempito quattro borse della Famiglia Cooperativa con tutti i miei averi.  Li prelevarono subito per cucire un numero alle mutande, ai jeans, ai due maglioni e alle tre camice così che non si scambiassero con la roba degli altri ospiti. Erano tutti vecchi, ce n’erano tanti molto più vecchi di mia nonna. Qualcuno spalancava la bocca, qualcuno gettava in aria gli oggetti, qualcuno rimaneva seduto a guardare il muro, qualcuno camminava su e giù per il corridoio e chiedeva qualcosa con la mano ma poi se ne andava in fretta senza aspettare risposta. Nessuno di loro sembrava fare caso a me. Nessuno si spaventava quando allargavo la bocca per articolare un suono sotto la guida di un’assistente che mi osservava triste come faceva don Italo. Nella bolla stagna imperava il silenzio. Imparai a muovermi con cautela, tenendo sempre la destra. Imparai a guardare con la coda dell’occhio. Imparai a percepire gli ostacoli con gli altri sensi. L’ambiente era impregnato di un odore fastidioso, sentivo il bisogno di aprire la finestra e respirare l’aria fresca.

In quel piccolo paese di montagna gli inverni erano molto freddi e il disgelo avveniva quasi alla fine di marzo.

Negli anni sono entrati altri indumenti nuovi nell’armadio della mia stanza, ciò che è rimasto di quel giorno sono un paio di scarponi di pelle di camoscio che mia nonna mi aveva insegnato a ungere ogni sera con il grasso di porco. Erano gli scarponi che indossavo il giorno che scoppiò la bomba, sopravvissuti senza un graffio. Li ho sempre trovati comodi, e mi sono impuntato quando insistettero per farmi indossare delle pianelle. Non ho più avuto a disposizione quel buon grasso di maiale per ungerli, ma ottenni una scatola di crema neutra e con un vecchio paio di mutande ne passavo un velo tutte le sere sulla pelle di entrambi.

Quegli scarponi mi hanno permesso di percorrere tanta strada, forse centinaia di chilometri. Di starmene rinchiuso nell’ospizio non ne avevo molta voglia, così cominciai a uscire, a camminare, a esplorare i dintorni. Il ricovero era incassato in mezzo al paese, poche abitazioni di pietra grigia come il campanile alto e stretto della chiesa, e tutto intorno prati e boschi a perdita d’occhio. Uscivo dopo la colazione, alle otto, tornavo alle dodici per pranzare, e poi camminavo fino all’ora di cena, alle sei e mezzo. Spesso saltavo la merenda. D’estate, quando fa luce fino a tardi, gironzolavo finché vedevo in cielo le stelle accendersi. Guardavo, respiravo e cercavo qualcosa. Sentivo nel petto crescere una specie di brama che mi possedeva ogni giorno e mi spingeva come una furia a vagare, spesso a correre a rotta di collo, nei prati, nei boschi, nei monti in cerca di una sostanza sconosciuta.

Correvo e cercavo dappertutto con gli occhi azzurri lucidi e spalancati.

Adesso che sono appena morto ho finalmente capito cosa stessi cercando con tanta ostinazione.  Devo ammettere che invecchiando sono diventato intransigente. Volevo uscire a camminare anche quando pioveva a dirotto o cadevano metri di neve. Volevo camminare, dovevo andare, non potevo fare altro che cercare.

È stato un incidente: poco prima dell’ingresso alla casa di riposo, un’auto è sbucata dalla curva, è stata una sorpresa alle spalle, come lo fu anni fa lo scoppio della bomba. Un incidente stupido se consideriamo i sentieri in cresta di roccia, le scarpate di ghiaia e di massi dove mi sono lanciato a palla in questi anni…

Adesso che sono appena morto non ho tempo per i rimpianti.

Adesso che sono appena morto sento! Il rintocco pesante delle campane al mio funerale. I passi dei pochi piedi che scricchiolano stanchi sulla ghiaia bianca del cimitero. Il mormorare di una preghiera. L’incedere della vanga che affonda precisa nel terriccio d’autunno. Il grido all’unisono di due corvi.  Colgo finalmente quel suono che ho cercato invano correndo a rotta di collo su e giù per le montagne. Qualcosa di immenso, una vibrazione senza fine. Il soffio dell’aria, il suono dei rami, delle foglie, di un fiore che sboccia, lo stornello di migliaia di uccelli, l’armonia maestosa del coro dei grilli e delle cicale, il suono lieve delle ali delle farfalle, il fruscio dell’erba alta, il gorgheggio dell’acqua che scende tra i ciottoli.

Adesso che sono appena morto sento di nuovo il suono della vita.

 

 

 

 

 

 

 

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