Il gatto di Depero

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“La forma di quel suo gatto evocava qualcosa di umano. Il soggetto non aveva una posa docile, al contrario. Non so se si può dire di un gatto… all’epoca sarebbe parso di certo inappropriato, ma ora oserei dire che aveva personalità.”

 

No se buta via niente, questo potrebbe essere il leitmotiv del romanzo.

Non si butta via l’abilità con il tornio della famiglia Nicoluzzi, di cui Mario, il nostro narratore, è degno erede; non la si butta via neanche quando una terribile guerra, la Grande guerra, ha letteralmente polverizzato tutto ciò che avevi e sei costretto a ricominciare da zero.

Non si buttano via l’amore per la vita, la fiducia negli altri, la gentilezza e la bontà d’animo, anche quando quella stessa guerra ti ha svuotato di ogni entusiasmo, di ogni speranza; anche quando la cattiveria e l’odio sembrano l’unico linguaggio rimasto agli uomini, come ci ricorda la tenace Lucia.

Non si buttano via i sogni, il talento, quel fuoco che brucia dentro a ogni artista (ma forse, in maniera diversa, a ogni essere umano, se lo si sa riconoscere) e che bruciava anche dentro Fortunato Depero, il protagonista inconsapevole di questa storia.

A causa, o piuttosto grazie a uno dei tanti bozzetti dispersi di quel genio futurista che Depero è stato, e a tutti gli equivoci a cui il suo ritrovamento ha dato vita, riscopriamo riga dopo riga l’artista, ingiustamente bistrattato dalla critica, l’uomo, ma soprattutto la persona dietro quella firma con la “D” a forma di scatoletta, in un intrecciarsi di storie nella Rovereto del Novecento, che restituisce uno spaccato vibrante e senza filtri della vita e del vivere di quegli anni.

 

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